close

Matteo Messori

It’s not my place

ottobre – novembre 2017

Due installazioni site specific del giovane artista reggiano Matteo Messori, tra luoghi, memorie e simboli. Quanto i media trasformano i luoghi in cui viviamo? A quale luogo realmente apparteniamo? E che importanza ha nella realtà il luogo che abitiamo?
Le due installazioni presentate da Messori sono un appuntamento con lo sguardo al quale noi dobbiamo presentarci per comprendere, o quantomeno cercare di comprendere quanto l’ovvio, come il contemporaneo intrinsecamente mediatico, sia precario, e fortemente instabile.
Solo attraverso nuovi occhi, con sguardo attento e critico, con nuovi quesiti, potremmo capire se questo sia veramente il nostro luogo, nel nostro tempo.

Eventi:
21 ottobre 2017 – Inaugurazione mostra Matteo Messori – It’s not my place
25 novembre 2017 – Finissage della mostra

It’s not my place

Testo a cura di Federica Fiumelli

But it’s not my place oh-no no it’s not my
Place no no no it’s my-not my-not my place
In the nine to five world and it’s not my place
In the nine to five world.
Ramones – Pleasant Dreams – 1981

I Ramones espressero il disagio di una non – appartenenza, a parole in musica, Matteo Messori tramite un’economia visuale, semplice ed efficace. Ma a che cosa, sentiamo di non appartenere?

L’opera “Precaria/età” celebra il naufragio della conoscenza, del luogo, del simbolo e dell’arte stessa.
In teche di vetro riempite di acqua, galleggiano, sospesi a mezz’aria, tra il dramma e l’utopia, piccoli modellini totalmente bianchi, stampe 3d in mais rappresentanti il Partenone, il Colosseo, la torre di Pisa, e un classico modello di chiesa cristiana. Tutti con un comun denominatore: tutti modelli di potere, di storia, di conflitti, di millenni, di pensiero. Al contrario di un’operazione di ingrandimento dai fasti pop, Messori, riduce, rimpicciolisce ciò che comunemente è entrato a far parte del nostro vocabolario popolare, culturale e visivo.

Bisogna sempre ricordare che fare architettura significa costruire edifici per la gente, università, musei, scuole, sale per concerti: sono tutti luoghi che diventano avamposti contro l’imbarbarimento. Sono luoghi per stare assieme, sono luoghi di cultura, di arte e l’arte ha sempre acceso una piccola luce negli occhi di chi la frequenta.Renzo Piano

I complessi architettonici immaginifici, imponenti, ed eterni nelle nostre memorie, vengono traslati e tradotti in opere povere, sia di materiale, in questo caso, bioplastico, biodegradabile, sia tonale, per la scelta total white, quasi a volerne cancellare i tratti, a ridurne le essenze e le preziosità, un’operazione da eraser, che ricorda certe soluzioni contemporanee di artisti giapponesi.
Questa essenzialità esecutiva, e questo minimalismo concettuale caratterizzano l’intera ricerca di Messori, sia in pittura che per quanto riguarda le installazioni, nell’artista vige sempre una preferenza nel ridurre per favorire l’aspetto critico e riflessivo.
I simboli culturali che noi riconosciamo nella nostra formazione, come possono essere appunto il Partenone o il Colosseo, vengono qui rimessi in discussione come luoghi, o per meglio citare Marc Augè, non luoghi, smaterializzati proprio nell’accadere delle coscienze – conoscenze. In “Precaria/età” questi luoghi che diamo per scontati, per assodati, vengono cancellati, sospesi, messi tra parentesi, sottratti al tempo e alla storia stessa, per venire rilasciati in balia di un apocalisse sottovetro, dall’imminente naufragio si avverte un’incolmabile senso di precarietà, di instabilità, di caducità, di fragilità, e proprio per questo di potente bellezza. Che l’aberrazione della memoria, l’alienazione, la disinformazione, il disinteresse dei giovani anche nei confronti della storia si riversi in un’inevitabile sostituzione del luogo come simbolo di cultura ad un comune luogo di transito come un aeroporto?
“Precarie/età” è sicuramente un lavoro decadente, che interroga la propria bellezza simbolica per le esigenze di un contemporaneo etereo, terribilmente rapido e inconsistente, sfumatamente apocalittico, ma con la volontà di non darci un epilogo finale come potrebbero invece darci i “Death in June” in But, What Ends When the Symbols Shatter?
Forse una possibilità c’è, ed è quella di NON cadere nell’oblio dell’ovvietà.

artoff-messori-web-cover

Se Messori ci fornisce un interessante riflessione sul simbolo, impossibile a questo punto non citare il grande filosofo tedesco Ernst Cassirer (1874 – 1945) il quale, grazie ad un testo brillante come “Filosofia delle forme simboliche” (1923-29) ha rivalutato il simbolo anche in senso linguistico come garanzia della conoscenza, anticipando così il cognitivismo. Il simbolo per Cassirer è lo strumento che permette all’uomo d’operare una mediazione attiva tra il concreto e il concetto. Interessante è inoltre pensare come i processi conoscitivi della mente analogamente ai sistemi informatici utilizzino inconsciamente i codici simbolici, e in questo la corrispondenza tra mente e computer è schiacciante.

La ragione è un termine assai inadeguato per comprendere tutte le forme della vita culturale dell’uomo in tutta la loro ricchezza e varietà. Ma tutte queste forme sono forme simboliche. Per conseguenza, invece di definire l’uomo animal rationale, possiamo definirlo animal symbolicum. Così facendo indichiamo ciò che specificamente lo distingue e possiamo capire la nuova strada che si è aperta all’uomo, la strada verso la civiltà.Ernst Cassirer, An Essay on Man, 1944

“Precarie/età” ci porta dal macro cosmo della storia, al micro cosmo personale di ciascuno di noi, per interrogarci, se davvero sentiamo di appartenere a questi simboli forse obsoleti, o forse semplicemente troppo visti ma non troppo osservati, guardati.

But it’s not my place…

E così prosegue la riflessione sul luogo, in un’altra installazione: “Give your eyes” , un lavoro nato dopo aver letto il celeberrimo testo del 1967 “Il medium è il messaggio” di Marshall McLuhan.

“Tutti i media hanno come primo fine quello di ammettere nella nostra vita
percezioni artificiali e valori arbitrari.”

Tre lenti di ingrandimento di differenti grandezze si alternano specularmente dinanzi ad altrettanti piccoli ingrandimenti presi da google maps di varie zone del mondo. Gli ingrandimenti variano a seconda dell’importanza mediatica. Messori ha voluto sottolinearci quanto ormai abbiamo ceduto per la maggior parte i nostri sensi all’importanza delle notizie decretate dai mass media.
Più quel tal media indica l’importanza di una notizia di un determinato luogo, e più quel luogo, sarà discusso, cliccato, spiato, ingrandito, osservato, rilevato, chiacchierato. E’ inutile negare che con l’avvento della tecnologia la nostra percezione sia inequivocabilmente cambiata, e il testo di McLuhan fu illuminante e precursore proprio in questo.
Viene quindi istintivo domandarsi: quanto i media trasformano i luoghi in cui viviamo? A quale luogo realmente apparteniamo? E che importanza ha nella realtà il luogo che abitiamo?
Le due installazioni presentate da Messori sono un appuntamento con lo sguardo al quale noi dobbiamo presentarci per comprendere, o quantomeno cercare di comprendere quanto l’ovvio, come il contemporaneo intrinsecamente mediatico, sia precario, e fortemente instabile.
Solo attraverso nuovi occhi, con sguardo attento e critico, con nuovi quesiti, potremmo capire se questo sia veramente il nostro luogo, nel nostro tempo.

Federica Fiumelli

artoff-messori-web
Go top